Il Manager sportivo

Il ricambio generazionale dei vertici aziendali che vorranno sopravvivere al prossimo decennio, sarà un problema per quei Manager che non ha deciso ancora cosa fare. I "nativi digitali", la classe dirigente che governerà le aziende tra 10/15 anni, stanno crescendo in una società che ha subito profondi mutamenti culturali a causa di innovazioni tecnologiche che si impongono ad una velocità che non è compatibile con lo sviluppo delle "soft skills".


Conosci un atleta che svolga la sua attività a livello agonistico? Sei o sei stato un atleta che ha svolto attività agonistica e magari ad alti livelli? Conosci la preparazione a cui un qualsiasi sportivo si è sottoposto prima di diventare un campione nella sua disciplina?

La riflessione che segue le domande, serve a chi all'interno di un'Azienda, ricopre un qualsiasi ruolo Manageriale e persegue, così come un atleta, un obiettivo. Ma andiamo con ordine.


I cambiamenti che la nostra società ha vissuto nell'ultimo ventennio, hanno modificato la sostanza di molti aspetti della vita di ognuno di noi, stravolgendo i codici con cui quotidianamente si cerca di interpretare i fenomeni sociali che stanno modificando la vita di tutti noi.

Per non rischiare di perdere il passo e restare ai margini, i comportamenti che ognuno di noi ha dovuto mettere in campo, non hanno potuto prescindere dalla velocità con la quale i cambiamenti impattano sull'attività della società, costringendo chi non voleva rischiare di perdere il passo, a continui adattamenti e aggiornamenti delle proprie conoscenze.

Il paradosso che ha iniziato a prendere forma già negli ultimi anni del secolo scorso è rappresentato da quanto la tecnologia è stata capace di imporre profondi mutamenti attraverso la creazione di prodotti disponibili a tutti ma utili a pochi, oserei dire pochissimi, una ristrettissima cerchia di persone nel mondo.


Il possesso di questi strumenti che sono diventati status symbol più di quanto non siano mai stati altri prodotti che solo qualche ventennio fa erano indisponibili per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, ha finito col modificare i criteri su cui le nuove generazioni stanno fondando i loro valori.

Senza negare la spinta positiva verso il progresso che la tecnologia ha senz'altro generato, non si può non sottolineare come, nel mare magnum delle innovazioni proposte, ci siano prodotti concepiti con la falsa proposta di facilitare alcuni aspetti della vita di ognuno di noi. Le nuove generazioni rappresentano perfettamente il risultato di quanto sia riuscita la volontà di imporre cambiamenti radicali nella società cosiddetta "moderna", da una parte della nuova classe imprenditoriale a totale vocazione tecnologica.


Siamo arrivati all'assurdità di sapere che in alcuni contesti della società odierna, un trentenne è già troppo "anziano" per essere inserito in alcune realtà professionali della società di cui fa parte.

La stessa società che lo ha fatto crescere accanto a strumenti tecnologici grazie ai quali quel trentenne, ha passato gran parte del suo tempo vivendo in maniera passiva, la realtà attiva di chi stava cavalcando il successo a cui è arrivato solo per aver partecipato a un talent, ad esempio!

Poco importa se chi è arrivato al successo che oggi si riconosce a chi ha tanta visibilità e soldi, abbia talento o no.


Alla macchina tecnologica che sta facendo crescere la nuova generazione, non serve far sapere se il "fenomeno di turno", si sia distinto per aver dimostrato capacità e abilità nell'esercitare quella capacità,  ma quello che importa realmente è quanto il "successo" di questo o quel personaggio, possa essere il miglior testimonial dei "valori" della nuova generazione.

Sta crescendo una generazione che ha molte caratteristiche comportamentali in comune: la "nuova passività" scambiata per attività per il solo motivo che si entra nel mondo virtuale e si sceglie a quale comunità appartenere.

E tra i tanti, anche quel trentenne che fino a pochissimi anni prima era un "nuovo passivo".


Tra i tanti mutamenti imposti alla società moderna, quello relativo al concetto del tempo, probabilmente rappresenta il più profondo dei mutamenti. Fino a non molto tempo fa, si era abituati a pensare ad un periodo di tempo racchiuso in uno o due anni, come un periodo relativamente breve o relativamente lungo in funzione del contesto a cui era riferito.

Oggi lo stesso lasso di tempo è etichettato al pari di un'era geologica, a prescindere!

Il cambio di paradigma ha imposto tempi diversi alla strutturazione dei propri skills, della propria esperienza, della propria conoscenza cui oggi, si dedica il tempo necessario per accedere alle sole fonti, facendosi bastare poche e superficiali informazioni senza alcuna necessità di approfondire la materia perché al nuovo modello di società che vive di volatilità, non interessa.


Sono così cambiati i bisogni della nuova generazione che ha definitivamente sepolto il "dover" fare delle cose per poterne ottenere della altre, con il "volere" tutto e subito e senza alcuna necessità di doversi impegnare sacrificandosi, dando al tempo, il giusto valore che merita.

Meglio illudersi e sentirsi parte di mondi emotivamente distanti anni luce, vivendo di viralità, partecipando passivamente alle vite degli altri, sognando di poter un giorno diventare ricchi e famosi, senza alcun progetto di vita.

In un interessante intervista rilasciata ad una web tv, Simon Sinek, un giovane autore inglese e istruttore di Marketing Strategico alla Columbia University, parla di ricerche scientifiche secondo le quali "la "connessione" con social media come Facebook o Instagram, produce una sostanza chimica chiamata "dopamina", la stessa sostanza chimica che entra in circolo quando si fuma, si bevono alcolici, si fanno scommesse". Continua affermando "che tutte queste attività sono assolutamente vietate ai minorenni, ma non c'è alcun controllo dei minori che accedono a questi social che sono dei generatori di una forma di dipendenza tanto quanto fumare, bere alcolici o fare scommesse". Sempre secondo Sinek, "le nuove generazioni non sanno più come stabilire relazioni profonde tra coetanei, ammettono che molte loro amicizie sono superficiali e che con queste, non si sognerebbero mai di condividere i loro dolori, a loro va bene condividere solo divertimento.

Questo non significa demonizzare i social media, ma porre l'attenzione sullo sbilanciamento del tempo passato dentro ai social media a danno di tante altre attività che dovrebbero essere svolte fuori dai social!"


Il fenomeno, per le nuove generazioni, non riguarda soltanto i social media e i giovanissimi. Si estende anche ai meno giovani, quelli tecnicamente identificati come "nativi digitali".

"BlazeMedia è un editore indipendente digitale con focus su diverse verticalità, dalla tecnologia all'automotive, fino al lifestyle. Il Product Manager Giacomo Dotta, in un articolo sostiene che "i nativi digitali sono analfabeti digitali: lo dicono i numeri, sebbene la percezione sia completamente opposta, ed è importante intervenire subito. L'etichetta "nativi digitali" è stato un grande abbaglio. La bellezza di questa definizione...è nella fotografia in controluce che è stata in grado di offrire di una nuova generazione di ragazzi.... Quella fotografia in controluce ci ha descritto il profilo della nuova generazione che stava per sopraggiungere, ma non ce l'ha fatta vedere in volto. In quella visione sono emersi pertanto grossi preconcetti insiti nella generazione antecedente, che in un bambino che tocca un display ha visto l'improvvisa accelerazione di una generazione che non avrebbe dovuto faticare per comprendere le dinamiche basilari dei dispositivi dell'era odierna. E di questo problema ne pagheranno le spese soprattutto gli stessi "nativi digitali"...che presto o tardi saranno classe dirigente".


Ci sono poi state evoluzioni tecnologiche che hanno spinto ancor più lontano la nuova generazione, dalla volontà di approfondire conoscenze e rendersi soggetti attivi. L'utilizzo di dispositivi fissi, nei luoghi di lavoro o nelle abitazioni private, favoriva la volontà di approfondire i risultati di alcune ricerche grazie al tempo e al luogo di utilizzo.

Il costante e continuo diffondersi di smartphone al punto che nel nostro paese, oggi, ci sono in circolazione più telefonini che abitanti, ha spinto gli esperti del web design a creare siti "responsive", in grado cioè di adattarsi graficamente, in modo automatico ai dispositivi mobili con i quali vengono visualizzati. Ne consegue che la possibilità di accedere alla rete negli orari e  nei luoghi più disparati, non stimola più la volontà e la necessità di approfondire conoscenze specifiche.

Secondo James Williams ex Google Strategist, in una intervista rilasciata al programma televisivo Presa Diretta, "in gioco c'è l'integrità della volontà umana, il modo in cui sono progettate le nuove tecnologie che non solo indebolisce la facoltà di quello che vogliamo fare ora, ma ci distoglie anche dagli obiettivi che abbiamo, cioè non solo quello che vogliamo fare ma anche chi vogliamo essere".


Il servizio continua con l'intervista al Neuroscienziato Michael Merzenich che afferma "siamo diventate creature solo reattive. Non pensiamo più in modo razionale, non esercitiamo la logica, quale sarà il punto in cui quello che stiamo perdendo supera quello che stiamo guadagnando? Ogni bambino dovrebbe essere reso consapevole fino a che punto possiamo essere manipolati. Ognuno di noi è il risultato dei cambiamenti subiti dal nostro cervello nel corso della nostra vita e questo processo influenza il modo in cui agiamo, le decisioni che prendiamo. Ci sono persone che accettano le cose così come arrivano senza metterle in discussione e sono il 50% in genere".


Credo che così come ai bambini cui si dovrebbe iniziare a dare gli strumenti in maniera che crescano potendo usarli per riconoscere intenti manipolatori più o meno voluti, allo stesso modo occorrerebbe dare ai più grandi della nuova generazione, gli strumenti che possano renderli consapevoli della necessità di acquisire e sviluppare conoscenze attraverso la propria esperienza.

Le nuove generazioni hanno poca propensione ad approfondire le conoscenze specifiche di argomenti che non ritengono utili per se stessi ma che pensano di dover conoscere quanto basta solo perché "richiesti" da contesti specifici (la scuola ad esempio).

Si accontentano quindi di accedere soltanto alle fonti delle informazioni, senza alcun desiderio di andare oltre e attivare nuove connessioni neuronali che si attivano quando si fanno nuove conoscenze, quando si esplorano argomenti.


Fermarsi a poche e superficiali informazioni non esplorando nuove conoscenze, significa non dare modo ai nostri cervelli di mantenere viva una tra le sue funzioni più importanti per la crescita e cioè, la plasticità.

Il quotidiano mantenimento di questa funzione è assolutamente necessario per evitare di vivere vite piene di abitudini e convinzioni che oggi, in questa società diventano, come mai in passato, anacronistiche alla velocità della luce.

Bisogna allenarsi a questa attività come un atleta professionista che costruisce le sue vittorie e i suoi stati per affrontare le sfide, allenandosi tutti i giorni alla ricerca di quel piccolissimo dettaglio che potrebbe fare la differenza nel raggiungimento di  obiettivi sempre più alti.


I "nativi digitali" che tra un decennio si inseriranno nel mondo del lavoro e a tutti i livelli di Management, rischiano di portare nelle Aziende da cui saranno selezionate, una cultura fondata su concetti tecnologicamente appropriati, ma con scarse abilità ai rapporti interpersonali, scarsa autonomia, poca adattabilità e flessibilità, nessuno strumento per la gestione dello stress, nessuna abitudine alla cura dei dettagli e quindi alla precisione. E in mancanza di questi "pilastri" che dovrebbero essere la ragion d'essere di chi avrà responsabilità di guida, sarà impossibile sviluppare la Leadership necessaria ai futuri CEO, ai futuri HR delle Aziende.


Pensare di poter trascurare la necessità di allenare la pratica allo sviluppo di abilità personali in mancanza delle quali la teoria, resta una serie di nozioni, ma senza alcuna valenza pratica, sarebbe un grandissimo errore.

Il Manager che dovrà accogliere e affiancare i "nativi digitali", deve prepararsi sin d'ora allo sviluppo di tali capacità che rappresentano il cuore pulsante della prosperità di un'Azienda.

E a proposito di pratica, pensate ad una qualsiasi disciplina sportiva e a quanta abilità si potrebbe acquisire dal solo studio del miglior manuale in circolazione, scritto dal più autorevole esponente di quella disciplina. Immaginate se potesse mai bastare ad un atleta, conoscere a memoria tutte le tecniche e le tattiche possibili per attuare la migliore strategia utile al raggiungimento della migliore performance possibile.


Quale sarebbe la performance di quell'atleta che avesse deciso di vivere l'esperienza, quanto basta per svolgere la sua attività?  Solo la pratica continua di un movimento, di una tecnica, di quel gesto atletico che dia la possibilità di misurare l'effetto della pratica, può dare all'atleta la misura dell'avvicinamento al risultato, alla performance desiderata.

È forse questo il motivo per il quale, quanto più è alto il livello del "peak performer", maggiore è l'intensità degli allenamenti e del numero delle ripetizioni di tecniche, gesti e movimenti compiuti dall'atleta alla ricerca del particolare, anche minimo, invisibile all'occhio dei più e che non rende la performance, ancora del livello desiderato?


Quale potrebbe essere il motivo per il quale Tiger Woods, pur essendo stato il migliore al mondo, ripeteva il suo swing centinaia di volte ogni giorno alla ricerca di quell'infinitesimo errore che se eliminato avrebbe reso il suo "colpo" perfetto? Cosa spingeva il velocista Usain Bolt, anche dopo aver stabilito il doppio record del mondo nei 100 e nei 200 metri, a provare continuamente e fino all'ossessione la partenza dai blocchi per trovare il giusto assetto sul "pronti", la giusta spinta da imprimere sul blocco per appoggiare il piede a terra, sempre nello stesso punto e non 2 centimetri prima o 2 centimetri dopo? Bolt aveva tempi di reazione allo "sparo" decisamente più lenti della media degli altri 5/6 sprinter di valore mondiale e sapeva che la possibilità di scendere al di sotto dei suoi record, passava attraverso una più rapida reazione allo sparo e stiamo parlando di qualche millesimo di secondo, una differenza impossibile da percepire da qualsiasi occhio umano.


Come pensi che Ronaldo sia diventato abile a calciare punizioni imprimendo alla palla un'effetto "parabolico" ad un'alta velocità dentro distanze nelle quali pochissimi altri giocatori al mondo riescono, ma con una frequenza di successo (gol) di gran lunga inferiore alla sua?

Semplice. Provando quei calci di punizione, centinaia e centinai di volte da ogni angolazione possibile, con barriere artificiali più alte di quanto non siano quelle formate dai calciatori della squadra avversaria, da distanze sempre più ridotte tra il punto della palla a terra e la linea di porta.


Nel suo libro "Open" Andre Agassi, racconta di quando a soli 8 anni, si allenava con la macchina "lanciapalle" che il padre aveva modificato per far arrivare sul "piatto" della sua racchetta, palle sparate ad una velocità di 180 chilometri orari, velocità che lo costringevano a tempi di reazione altrimenti non "allenabili". Agassi era costretto a rispondere a quelle bordate, non 10 o 100 volte, ma 2500 volte al giorno!

Il padre gli diceva che sarebbe diventato abile nella "risposta" al servizio dell'avversario, solo se in un anno avesse allenato quel gesto, un milione di volte!


Credo di aver fornito più spunti di riflessione in merito all'utilità di portare in Azienda la necessità di "allenare" i talenti professionali alla pratica delle attività necessarie per far diventare capaci prima e abili poi, le persone che occupano posti di comando, di responsabilità di risorse, di guida, di leader.

Chi governa l'Azienda (CEO/Amm Del), deve comportarsi come quel Coach sportivo che assiste l'atleta professionista nella ricerca della migliore esecuzione possibile, per il raggiungimento della "peak performance". Assicurarsi cioè che i suoi più stretti collaboratori cui sono affidate le gestioni operative dell'Azienda, le più importanti, le più delicate, abbiano a loro volta le abilità indispensabili per tutte le attività allineate alla Mission aziendale.

E preparare l'Azienda all'accoglimento della nuova generazione che avrà bisogno di ritornare al via, su molte delle conoscenze necessarie allo sviluppo di abilità specifiche, tra tutte, le abilità nella gestione delle relazioni umane e nella capacità di sapere interpretare culture diverse.


E' ora di muoversi e prepararsi a vivere il futuro, iniziando ad allenare il presente.



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